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Giovane Holden Edizioni
Trama
Nel primo atto la voce torna alle radici: i luoghi dell’infanzia, i volti familiari, la memoria come spazio generativo in cui si impara a guardare il mondo. È una stagione di luce primaria, in cui affetti e paesaggi fondano l’identità e preparano lo sguardo al tempo che verrà. La scrittura qui custodisce, protegge, dà nome alle origini.
Il secondo atto si apre invece sul mondo spezzato del presente. La poesia si confronta con il dolore privato e collettivo, con la guerra, le ingiustizie, le morti invisibili, le fratture della storia. La parola si fa più aspra, necessaria, civile: non consola, ma resiste. È il tempo del buio e della domanda radicale, quando la fragilità diventa esperienza condivisa e la speranza sembra ridursi a un filo sottile. Proprio in questa zona d’ombra, però, nasce il bisogno di trasformare le crepe in spiragli.
Nel terzo atto prende forma una risalita non trionfante ma autentica. La luce ritorna come presenza discreta, ostinata: nei gesti dell’amore, nella relazione, nel riconoscimento dell’imperfezione come valore umano. La poesia dialoga con il futuro, con la tecnologia, con l’idea stessa di progresso, scegliendo il contatto, la vulnerabilità, la parola come atto di connessione.
Il “pulviscolo” del titolo è fatto di piccole luci sospese: memoria, affetti, giustizia, bellezza. Non risolvono il mondo, ma lo illuminano abbastanza da poter continuare a camminare. Una silloge che invita a salvare le parole per non perdere noi stessi.


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