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Kimerik
Trama
Questo romanzo-diario è «cinema d’ombre dallo spioncino della porta», una voce perduta in altri mondi che appunta folli elucubrazioni sui blocchi-note senza pressione. Il racconto del dolore che alberga nella memoria, tra addii e permanenze, perché frequentare i luoghi dei ricordi talvolta dà la sensazione di essere ancora fermi lì, mentre passato e presente si intrecciano in conversazioni reali e altre immaginate, come sequenze sfocate di un film, sogni e incubi a occhi aperti o chiusi.
Un contro-romanzo di formazione in cui c’è il fermento dell’università, in una Bologna che profuma di cambiamento e fervore; ci sono i rumori che scandiscono i silenzi nella Casa del Vento, vero centro di smistamento emotivo; c’è il terrore di fronte all’amore e il caos che da esso scaturisce; c’è la delusione di una carriera naufragata, raccontata con autoironia; c’è il racconto della pandemia in quei mesi di terrore e quarantena, con gli strascichi che ancora dopo anni ci portiamo dietro.
La ricerca nel lettore di uno sguardo amico, che sappia ascoltare e comprendere.
E Sylvia Plath, come alleata immaginaria, destinataria di lettere mai spedite.
Ogni dolore passa, e siamo un po’ come i coccodrilli: «esistono dall’epoca dei dinosauri, non li ha ammazzati nemmeno il famigerato meteorite».


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